Espressioni artistiche nell’ospedale Borda, figure dell’allucinazione

Pintando a Sharlyne

“L’arte deve essere gusto, divertimento e allucinazione” Nagib Mahfuz [1]

Uno spazio con un elefante rosa

Ogni prima domenica del mese il Centro culturale dell’ospedale Borda incoraggia ad aderire alle sue attività. L’invito si rivolge a tutti coloro che desiderano prendere parte al progetto in qualitità di partecipanti attivi o spettatori. In quest’occasione il “festival di varietà artistiche e di integrazione” come promosso sui social network, invita a dipingere Sharlyne. Un elefante di cemento a grandezza naturale installato da otto anni nei giardini del nosocomio. La scultura nasce quasi contemporaneamente al Centro Culturale a seguito del primo bando rivolto ad artisti plastici. La scultrice Leticia Arpesella dà forma all’idea seguendo il proggetto per realizzare un’attività che riuscisse a richiamare l’attenzione dei visitatori, oltre a coinvolgere gli ospiti interni.  

Iconografia dell’allucinazione

L’artefice dell’opera è stata ispirata dall’elefante rosa quale figura allegorica dell’allucinazione presa dal bestiario iconografico della malattia mentale, se ne esiste uno. L’immagine acquisisce popolarità attraverso la scena de La parata degli elefanti presente nel film Fantasy. Il produttore Walt Disney è stato preceduto a sua volta dallo scrittore Jack London, che ha coniato tale eufemismo nel romanzo autobiografico del 1913, dove il protagonista, John La danza de los elefantes rosasBarleycorn, sopraffatto da allucinazioni prodotte dall’abuso di alcol, descrive la propria esperienza come segue:

«L’uomo che tutti conosciamo, stupido, privo di immaginazione e il cui cervello stordito da vermi addormentati, che cammina scontento, le cui gambe cedono e cade finalmente nelle fogne, vede estasiato «topi blu» ed «elefanti rosa» .

L’immagine-simbolo dell’allucinazione con matrice nel delirium tremens delinea così la sua icona. Tuttavia, si potrebbe dire che diventa parte dell’immaginario collettivo in modo definitivo con Salvador Dalí, che inizia a lavorare per i Disney Studios nel 1940. Il pittore è autore degli schizzi della cellebre scena inizialmente utilizzata per il film Fantasy e successivamente impiegata in Dumbo. L’allucinazione, la chimera e il sogno daliniani lasciano la sua impronta nella struttura tradizionale del cartone animato. Nella sequenza il piccolo elefante si ubriaca accidentalmentein preda alla tristezza per aver scoperto la sua incapacità anatomica di volare. Si dispiega quindi un universo allucinatorio davanti ai suoi occhi, in cui successioni di elefanti sfidano la gravità. Lo schermo è colmo di pachidermi che si moltiplicano, mutando colore e intrecciandosi fino a splodere. La danza si accompagna al brano intitolato Le anime del terrore, che conferisce ancora di più il carattere perturbante:

 “Son qua, son qua gli elefanti rosa siam; Tre per tre, eccoli marciano; Quaggiù, laggiù, arrivan di su e di giù; Son qua, son qua, continuano ad avanzar, come un mar; Marciano, ondeggiano di qua, di là; gli elefanti rosa van; Cosa farò? cosa farò? dove fuggire potrò?; Io non ho terror di vermi; Nè di serpenti, nè di germi; Ma i rotondi pachidermi, mi fan rabbrividir… Quale orror, che terror; Gli elefanti rosa no”.

La scena, sia per le immagini che per la canzone, contrasta e disorienta il pubblico al quale si rivolge. Il cartone animato vela fino a un certo punto il suo carattere perturbante. Quello che dovrebbe essere innocente e affidabile porta con sé un nucleo di estraneità clandestina che conduce all’incertezza intellettuale.

Il rovescio dell’opera d’arte. Il perturbante

Rispetto alle manifestazioni artistiche Sigmund Freud esorta a lasciare da parte le diverse teorie sul bello per individuare il cellato nell’opera d’arte. Di fatto, ciò che custodisce l’immagine è solitamente uno dei presupposti più rilevanti della sua forza rappresentativa.

Das Unheimliche è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca utilizzato da Freud come termine concettuale atto a esprimere una particolare condizione del sentimento più generico della paura, il quale si sviluppa quando una cosa, Los elefantes de Dalìpersona, evento o situazione vengono avvertiti come familiari ed estranei contemporaneamente, il che causa un eccesso di angoscia insieme a una sgradevole sensazione di confusione e stranezza (1990). D’altra parte, l’opera d’arte generalmente presenta e vela l’ elemento costitutivo. Il virtuosismo di Dalí e il suo interesse per le illusioni ottiche e il simbolo sono riusciti a concepire proposte artistiche che vanno oltre il percepito, esponendo davanti allo spettatore un Reale non troppo velato. L’illusione e l’onirico presenti nella sua produzione trasformano le figure considerate familiari in qualcosa di arcano per colui che guarda, sebbene Dalí esponga il suo significato.

La figura dell’elefante verrà presentata nuovamente nel 1944, questa volta con lunghe e sottili zampe, portando un obelisco. Tale allegoria sarà una delle grafie ricorrenti nell’opera di Dalí, incarnando “il fallico” su “le lunghe zampe del desiderio”, secondo le parole stesse del pittore.

Realtà e allucinazione

“Un giorno dovrà essere ufficialmente ammesso che quello battezzato come realtà è un’illusione ancor più grande che il mondo dei sogni.” Dalí.

L’istante momentaneo di disorientamento riguardante un oggetto o situazione familiare a cui si riferisce il termine “pertubante”, non risulta definitivo a livello della struttura psichica del soggetto. Di fatto, l’estraneamento non corrisponde a una perdita di realtà come accade nelle psicosi le quali contano, alcune di loro, con l’allucinazione come fenomeno patologico. Nelle psicosi “l’io si sottrae da un frammento di realtà che solitamente si compensa senza una limitazione dell’Es, attraverso la creazione di una nuova” (Freud, 1992). In questo modo, dopo la prima fase, ne segue un lavoro attivo di ricostruzione. La realtà riffiutata viene sostituita. Si tratta di una riorganizzazione che al contempo smentice e ricompone. Per Freud non conta soltanto la perdita di realtà, ma il sostituto della stessa. Sarà il punto da dove parte Lacan per continuare la propria ricerca, spostando l’asse della questione al fine di accentuare la struttura di ricostruzione della realtà. “Il delirio e l’allucinazione in quanto manifestazioni del Reale, occupano quel buco perpetrato nel simbolico” (Lacan, 1987). Analogamente la produzione artistica ha un luogo di rillevanza al momento di ristabilire i legami tra il soggetto e il mondo. La analisi freudiana ha situato l’opera d’arte come uno degli oggetti più interessanti della ricerca analitica, in una dialettica che indaga i limiti e le intersezioni tra la psicoterapia e l’arte. Al tempo stesso l’argomento affrontato in questo modo non copre esaustivamente il sapere sul suo funzionamento.

La natura pragmatica dell’espressione artistica

L’utilità derivata dal campo d’interrogazione dell’artista e dei suoi prodotti ha portato allo sviluppo di modalità terapeutiche che includono l’applicazione dell’espressione artistica in soggetti con disagio psichico. Su questo punto, le linee di lavoro si dividono tra correnti terapeutiche che indirizzano il paziente verso una normalizzazione adattativa e quelle che lo accompagnano in una ricostruzione del mondo. Il nuovo legame con la realtà nel rispetto della singolarità del paziente trova nell’arte la plasticità necessaria. Come primo punto si potrebbe indicare che i Pragmàtica del artepazienti ricoverati in ospedale neuropsichiatrico, dopo un periodo di assestamento, spesso affidano alla grafia parte della loro capacità comunicativa, sia come veicolo espressivo che come vincolo con l’altro. Queste realizzazioni grafiche diventano pertinenti ai fini terapeutici (Bedoni, 2000).

Ci sono sempre più spazi dedicati all’esperienza creativa che si servono dell’arte e del suo linguaggio specifico per la realizzazione di progetti volti alla cura e alla riabilitazione del paziente psichiatrico. Dipingere Sharlyne all’interno del quadro integrativo del Centro culturale Borda ha favorito un lavoro collettivo e un’espressione comunitaria con il conseguente intervento costruttivo del mondo esterno. Una occasione, inoltre, per affrontare la stigmatizzazione  sociale e culturale della follia. Attualmente, l’arte terapia è configurata come un sistema duttile e pragmatico nutrito costantemente da contributi di diverse discipline. Un campo di esperienza di confini mobili e variabili che individua i propri elementi costitutivi in ​​un delicato equilibrio tra procedure tecniche e libertà di espressione. Il campo d’invenzione configura un setting artistico pensato da Winnicott come uno spazio di gioco in cui si instaura un dialogo tra soggetto e ambiente. Uno spazio considerato il luogo di origine dell’esperienza culturale. Con la psicoanalisi lacaniana l’invito è di “pensare con i piedi”, in una praxis del legame del soggetto con il mondo. Gli artisti ci mostrano come intraprendere questo cammino attraverso il “saperci fare” con l’arte. Colui che pensa con i piedi si muove, marcia, trasforma.

Pensar con los pies

  • Author: Dott.ssa Rosana Alvarez Mullner

RIFERIMENTI

[1] Naguib Mahfuz (1911-2006) è stato uno scrittore e scenografo egiziano. Premio Nobel per la letteratura nel 1988. Mahfuz ha dato forma ad una narrativa araba di portata universale.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. AAVV (1997), Croquis clínicos, Cuadernos de la sección clínica de Buenos Aires, número 2,  Buenos Aires, Eolia ed.
  2. Bedoni, G., Tossati, B. (2000), Arte e psichiatria, uno sguardo sottile, Milano, Italia, Edizioni Mazzotta.
  3. Freud, s. (1992), La pérdida de realidad en la neurosis y en la psicosis, vol. XIX (1924), Buenos Aires,  ed. Amorrortu.
  4. Freud, S. (1990), Lo ominoso, vol. XVII (1919), Buenos Aires, ed. Amorrortu.
  5. Lacan, J. (1987), De una cuestión preliminar a todo tratamiento posible de la psicosis (1955), Escritos II, Buenos Aires, Siglo XXI ed.