Adolescenza e nuovi sintomi – Un nome sulla rete

adolescente con pc tapàndose la cara
“Io, desideroso di trovare il luogo e la formula” Arthur Rimbaud, Vagabondi. Email:consultas@psicoanalisiadiario.com Nota: i dati sensibili sono stati modificati al fine di preservare l’anonimato del soggetto.

Un nome sulla rete

Gli adolescenti, sempre più catturati dagli strumenti della modernità, sono particolarmente inclini all’utilizzazione della rete per stabilire e sostenere relazioni interpersonali. Una modalità che, a causa del suo funzionamento, prescinde dall’incontro tra i corpi, riuscendo in qualche modo ad attenuare e talvolta eludere l’impatto del disagio tipico del processo di trasformazione e di appropriazione soggettiva di questa fase di sviluppo. Il mondo di Internet offre agli adolescenti un luogo virtuale da cui aprire una finestra sul mondo. Un’alternativa piena di possibilità che in alcuni casi diventa la soluzione temporanea ai quesiti riguardanti la propria identità. Altre volte la conseguenza è un allontanamento dalla vita reale. Nel seguente caso, il nome scelto da questa giovane donna la identifica sulla rete e rivela anche un lavoro soggettivo. La trama riguarda un mondo immaginario che è scritto e costruito virtualmente, controllato completamente da lei. Sebbene la storia sia legata anche al sintomo alimentare, la caratterizzazione dei personaggi, il racconto e la modalità di comunione con i suoi coetanei consentono l’avvio di un’operazione di soggettivazione.

Frammento clinico

Alba mi contatta tramite il sito web dell’Associazione che si occupa dei disturbi del comportamento alimentare. L’insistenza della madre la costringe a fare una consultazione, sebbene lei ritenga che il suo sia un problema “tra virgolette”. Per quanto riguarda il sintomo alimentare, afferma che si presenta a periodi. Il rituale è sempre lo stesso: prende tutto ciò che può dal frigo e lo mangia da sola nella sua stanza, dove si rinchiude per ore. Generalmente ripete questo processo due volte a settimana a seconda del suo stato d’animo, se si sente depressa o confusa. La giovane parla con disinvoltura a condizione di non approfondire gli argomenti, altrimenti chiude la domanda ripetendo sempre la stessa cosa: “È tutto normale, siamo una famiglia normale”. Sucessivamente racconta che quando aveva nove anni, il padre tradì sua madre con la domestica. La baciava nella stanza di Alba: “I miei litigavano ogni notte”. Un anno dopo l’episodio i suoi genitori si separano. Lei rimane con sua madre mentre il fratello va a vivere con il padre in un appartamento adiacente. Le case sono collegate da una terrazza condivisa: “Siamo e non siamo separati”, dice. Alba descrive un’infanzia priva di momenti felici. Rifiutata da suo fratello e coetanei, piangeva ogni giorno quando era a scuola perché voleva stare con la madre. Sentiva di essere l’unica a risentire di lunga serie di problemi. In questo modo trova rifugio nell’immaginazione. Sola nella sua stanza, inventa e scrive storie. Per quanto riguarda gli appuntamenti con i ragazzi della sua età, ha deciso di aspettare la persona con cui potrà avere “una storia duratura”.

L’apparizione del sintomo

La visione di un film d’animazione giapponese, La città incantata [1], coincide con l’inizio delle abbuffate. Mentre Alba lo guarda consuma una grande quantità di cioccolatini. Nella storia la famiglia protagonista si trasferisce in un altro posto e il padre, guidando, smarrisce la strada. Entrano in una città incantata dove s’imbattono un ingente banchetto. Dopo aver mangiato il “cibo proibito” vengono trasformati in maiali. La protagonista, Chihiro, per riuscire a rompere l’incantesimo è costretta a dare il suo nome ad una maga “perché con il vero nome si possono fare magie”. Dopo una serie di vicissitudini Chihiro riesce a salvare la famiglia dal terribile destino. Da quel momento cresce l’interesse di Alba verso la cultura orientale. Esamina la possibilità di studiare giapponese, afferma di avere facilità per le lingue come sua madre. Le abbuffate continuano. Chiedo del suo nome: «Mia madre voleva che avesse un senso, come quelli degli indigeni:“ Alba fa riferimento alla luce, Blanca sta per gioia, felicità. È un auspicio”. Per quanto riguarda il nome esiste una tradizione: in ogni onomastico la madre gli racconta la storia della sua nascita: “Solo noi due”. Narra che durante la gravidanza voleva abiurare, non credeva in Dio e desiderava stare lontana dal cattolicesimo. Il sacerdote al quale chiese informazioni sull’argomento obiettò: “I ponti della città sono tanti, scelga uno e salti da lì!” Legittimata nella sua scelta a causa della risposta inappropriata e brutale, la madre abiurò inviando una lettera alla chiesa dove fu battezzata. Da quel momento, entrambe sono “ufficialmente fuori”. Di fatto, Alba, indubbiamente inscritta nel desiderio materno, mette in atto l’esclusione. Già adolescente si allontana progressivamente dal mondo rinchiudendosi nella sua stanza e prendendo le distanze anche dall’altro sesso, percepito come ingovernabile e pericoloso. Rispetto a questo, racconta un altro episodio della sua infazia in cui la gelosia e gli attacchi sempre più frequenti del fratello maggiore nei suoi confronti portano il padre a confinare entrambi nella stanza “perché lui l’accetti”. Invece, la ferisce gravemente sulla guancia. Il padre rifiuta l’intervento medico, la madre soccorre Alba durante tutta la notte. La cicatrice rimane.

Una soluzione

La stanza di Alba potrebbe essere considerata luogo di eccessi e sofferenze, ma anche un rifugio per l’invenzione. Rinchiusa in essa scrive su una pagina web. Le regole per partecipare consentono ad ognuno di creare la propria storia a condizione che l’aggressività e il sesso esplicito rimangano fuori dalla narrazione, vale a dire, facciano parte del mondo esterno. Le elaborazioni dei partecipanti si basano sui manga giapponesi ma ogni trama può essere cambiata a piacimento per l’autore, in qualsiasi momento e per capitoli. Attraverso questo velo il racconto di Alba viene letto da altri con i quali scambia idee e riflessioni. Il personaggio principale del manga giapponese che ispira lei è una giovane donna di nome Kira, la quale commercializza i suoi occhi e metà della sua vita per appropriarsi di un quaderno magico [2] in cui chi scrive il nome di una persona e allo stesso tempo visualizza il suo viso, può causarle la morte. Spiega che se esistesse sarebbe molto utile in Giappone perché in quella cultura, con lo stesso suono, un nome può essere redatto in diversi modi. Kira è il soprannome di Alba sul web e significa assassina. Camuffata, la giovane donna dispensa giustizia nel mondo virtuale a colui che sbaglia o non rispetta la legge. Il suo nome, Alba Blanca, comporta un auspicio e un desiderio di esclusione impliciti nel fantasma materno. Tuttavia, i nomi e i personaggi scelti dalla paziente producono uno slittamento di qualcosa della sua storia a livello significante.

Riflessioni

L’adolescente oscilla dialetticamente tra l’Altro, la sua inconsistenza e la necessità di separarsi, il che provoca una sensazione di abbandono alla propria sorte. L’operazione di soggettivazione affrontata da un giovane esige un processo di elaborazione, oltre alla partecipazione attiva di quegli adulti che sono per lui un punto di riferimento. L’uscita dalla pubertà deve rimanere all’interno di una logica discorsiva. In tale metamorfosi l’adolescente dovrà costruire un tunnel e anche attraversarlo. L’uscita da quel tunnel dipenderà dalla localizzazione del buco che tocca il sapere e dal godimento che li concerne. Le risposte degli adulti investiti dalla funzione dell’Altro del significante acquisiscono un’importanza fondamentale, tuttavia l’adolescente necessita di percorrere il proprio cammino. Per ora, Alba non ha trovato una valida via d’uscita all’esogamia. La persistenza del sintomo alimentare testimonia la difficoltà di un lavoro analitico non ancora concluso.
  • Author: Dott.ssa Rosana Alvarez Mullner
RIFERIMENTI [1] La città incantata è un film d’animazione giapponese. Direttore: H. Miyazaki. Premiere 2001, Argentina 2003. Vincitore di 35 premi, tra cui l’Oscar al miglior film d’animazione. Sedici anni dopo la sua prima è ancora oggetto di dibattito e di studio nella cultura giapponese. Il film racconta la storia di una giovane donna intrappolata in un mondo magico e antico, separato dalla realtà. Chihiro è una ragazza che deve imparare a vivere in un mondo adulto in cui nessuno le risparmierà nulla per l’età che ha. La storia riguarda la scoperta dei propri punti di forza e abilità. La sfida della protagonista: risolvere il caos del nuovo e del vecchio mondo ricordando il proprio nome e storia.  [2] Nel manga originale, il taccuino con poteri soprannaturali si chiama “Death Note”. Chiunque lo abbia potrebbe essere in grado di uccidere nel caso i nomi si scrivano correttamente. Il detentore dovrà visualizzare mentalmente il volto di colui che desidera uccidere. Il personaggio del manga, Light (Luce), rendendosi conto delle potenzialità del quaderno, cercherà di eliminare i criminali e quindi creare un mondo in cui non esista la crudeltà. Light, il protagonista, è un brillante studente universitario ma sommerso nella più profonda noia e riluttanza che però intraprenderà grazie al taccuino, la creazione di un mondo nuovo. Si farà chiamare Kira, che deriva dall’inglese “Killer” e significa assassino.  RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI  
  1. AAVV. (2008), Púberes y adolescentes, lecturas lacanianas, Buenos Aires, Argentina, Grama ed.
  2. Lacan, J. ((1960-61), La identificación, Seminario libro IX, Inedito.
  3. Lacan, J. (1990), Las formaciones del inconsciente, Seminario libro V, 1957-58, Buenos Aires, Argentina, Paidós.
  4. Lacan, J. (2003), El sinthome, Seminario libro XXIII, 1975-76, Buenos Aires, Argentina, Paidós.